Le otto montagne – Paolo Cognetti

Tempo di lettura: 22 ottobre 2017 – 17 gennaio 2018

Parola chiave dell’esperienza di lettura: Tempo.

Tanto, come quello che ha richiesto questo libro. Nonostante la bellezza della trama e la scorrevolezza del racconto, il romanzo non è riuscito a catturarmi davvero o a tenermi col fiato sospeso. Non prendetela necessariamente come una critica, ma semplicemente come un dato di fatto.

Origine del libro: “Le otto montagne” mi è stato regalato da una coppia di amici al mio ultimo compleanno. A proposito, grazie ancora.

 
Il senso del titolo di questo romanzo di Cognetti non è immediato. Il lettore, dopo qualche pagina, potrà pensare che esso derivi dal luogo in cui è ambientata la vicenda, ossia Grana, paesino circondato da alte montagne e che vede nascere l’amicizia fra Bruno e Pietro, il narratore della storia. Invece, molte pagine più avanti, Pietro apprenderà che in Nepal si dice che il mondo è una ruota a otto raggi. Al centro c’è una montagna altissima, il monte Sumeru, intorno otto montagne, i raggi della ruota, e tra di loro otto mari.

“Avrà imparato di più chi ha fatto il giro delle otto montagne o chi è arrivato in cima al monte Sumeru?”

Ardua è la domanda che Cognetti presenta a chi si imbatte in questo racconto semplice, senza giri di parole, che descrive in maniera lineare, ma non banale, lo sviluppo interiore dei due protagonisti, della loro vita, della loro amicizia, sotto lo sguardo silenzioso e attento della montagna, guida e fonte di insegnamenti, scoperte e consapevolezze per i personaggi.

Ciò che ha suscitato in me particolare apprezzamento e interesse è stato, oltre allo stile e alla forma, il ben riuscito gioco di parallelismi creato dall’autore, il che permette al lettore di confrontarsi costantemente con ogni personaggio, il suo modo di vedere le cose, di approcciarsi alla realtà.

Il primo parallelismo è facilmente intuibile, ossia quello fra città e montagna: Milano è la città in cui i genitori di Pietro lavorano, in cui il ragazzino frequenta la scuola e passa la maggior parte del periodo dell’anno. Anche qui si trovano in alto, al settimo piano, con vista su un fiume, “quello fatto di auto, furgoni, motorini, camion, autobus, ambulanze”. Ma la famiglia di Pietro appartiene alla montagna e vani sono i tentativi dei due genitori di richiamarla, in qualche modo, quando sono in città.

“Mia madre si ostinava a coltivare fiori su un balconcino annerito dal fumo e ammuffito da piogge secolari. In balcone curava le sue piantine e intanto mi raccontava dei vigneti d’agosto, della campagna in cui era cresciuta.”

Chi soffre di più la città tra i due, però, è sicuramente Guido. Ed ecco che si apre il secondo grande parallelismo, ossia quello fra il padre e la madre di Pietro, in particolare del diverso rapporto che hanno con il figlio. Il padre è un montanaro, un solitario, che cerca di trasmettere la sua passione a Pietro. Questi, a sua volta, si trova bene in montagna: qui conosce Bruno e vive le sue vacanze estive in maniera spensierata, ci sono momenti in cui desidera non tornare in città e che il tempo lì, a Grana, si fermi.

“Bruno avrebbe odiato Milano e Milano avrebbe rovinato Bruno, come quando sua zia lo lavava e vestiva e lo mandava da noi a imparare i verbi. Io proprio non capivo perché facessero di tutto per trasformarlo in ciò che non era. Che male ci vedevano nel lasciarlo a pascolare le mucche per il resto della sua vita? Non mi rendevo conto che era un pensiero terribilmente egoista, perché non riguardava Bruno, i suoi desideri, il suo futuro, ma solo l’uso di lui che volevo continuare a fare: la mia estate, il mio amico, la mia montagna. Io speravo che niente sarebbe mai cambiato, lassù, nemmeno i ruderi bruciati o i mucchi di letame lungo la strada. Che lui e i ruderi e il letame restassero sempre uguali, fermi nel tempo ad aspettare me”.

Questo sarà ciò che la montagna rappresenterà per Pietro per molto tempo, per tutti quegli anni in cui il padre lo trascinerà con sé nelle sue avventure, anche quando il ragazzo sembra non reggere il passo di Bruno, che già da piccolo è abituato alla vita del montanaro. Ciò porterà il rapporto tra padre e figlio ad affrontare stadi complicati, a causa della distanza che Pietro avvertirà sempre troppo profonda.

Le donne non prestano il loro punto di vista della narrazione, ma hanno un ruolo fondamentale nella storia, infatti sono presentate dai vari personaggi come degli esseri soprannaturali. Pietro cita spesso la mamma per descrivere il padre, un po’ per riempire quel vuoto che lascia l’assenza del dialogo con quell’uomo pieno di nostalgia e di poche parole.

“Forse è vero, come sosteneva mia madre, che ognuno di noi ha una quota prediletta in montagna, un paesaggio che gli somiglia e dove si sente bene. La sua era senz’altro il bosco dei 1500 metri, quello di abeti e larici, alla cui ombra crescono il mirtillo, il ginepro e il rododendro, e si nascondono i caprioli. Io ero più attratto dalla montagna che viene dopo: prateria alpina, torrenti, torbiere, erbe d’alta quota bestie al pascolo. Ancora più in alto la vegetazione scompare, la neve copre ogni cosa fino all’inizio dell’estate e il colore prevalente è il grigio della roccia, venato di quarzo e intarsiato dal giallo dei licheni. Lì cominciava il mondo di mio padre. La montagna si trasformava in un luogo più aspro, inospitale e puro: lassù lui diventava felice. Ringiovaniva, forse, tornando ad altre montagne e altri tempi.”

In realtà, la vita dimostrerà a Pietro che anch’egli è un tipo solitario. Gli mostrerà le molte cose in comune con suo padre e le differenze con la madre, a partire dal modo di gestire affetti e relazioni, in particolare le amicizie.

“In mia madre vedevo i frutti di una lunga vita passata a curare le relazioni, ad accudirle come i fiori del suo balcone. Mi chiedevo se si potesse impararlo, un talento come quello, o una ci nascesse e basta. Se facessi ancora in tempo a impararlo io.”

L’amicizia con Bruno – e qui introduco il terzo e ultimo parallelismo – è, per Pietro, la parte migliore di se stesso, nonostante siano due persone parecchio diverse. Il primo, uomo semplice, che da piccolo già porta le mucche al pascolo, pronto sempre alla scalata, ma anche fermo e legato alla sua Grana e il suo Grenon; il secondo è colui che “va per le otto montagne” e che troverà sempre più difficile non perdere le persone a cui tiene. La vita affiderà loro un progetto da portare avanti insieme, una dimora in montagna, la “Barma drola”, in faccia al Grenon, ossia “la roccia strana”, il punto  fermo e centrale della seconda parte del romanzo e a cui entrambi sempre torneranno, nonostante le molte soprese e le differenti scelte.

Cognetti pone come cornice del suo lavoro la presenza costante e vigile della montagna, luogo di silenzio, di pace, ma proprio per questo pieno di significato e di simboli.

Come quello della ruota nepalese: ognuno di noi è il monte Sumeru, i rapporti fondamentali sono i raggi della ruota, la montagna, grazie alla sua forza, è ciò che tiene tutto insieme.

Come, ancora, quello del torrente, metafora del tempo. Un giorno, Guido chiede al figlio “facciamo finta che l’acqua sia il tempo che scorre. Se qui dove siamo noi è il presente, da quale parte pensi che sia il futuro?”.  “Il futuro è giù, dove va l’acqua” risponde Pietro, cioè a valle. Ma, qualche anno dopo, Pietro si accorgerà di aver dato la risposta sbagliata al padre:

“Se il punto in cui ti immergi in un fiume è il presente, pensai, allora il passato è l’acqua che ti ha superato, quella che va verso il basso e dove non c’è più niente per te, mentre il futuro è l’acqua che scende dall’alto, portando pericoli e soprese. Qualunque cosa sia il destino, abita nelle montagne che abbiamo sopra la testa”

Come detto in precedenza, la bellezza di questo libro è la sua assoluta semplicità e scorrevolezza nel raccontare una storia profonda, una crescita interiore. In conclusione, nonostante non mi abbia preso subito e tenuta incollata alle pagine come altri romanzi, non potrei che definirla una piacevole lettura. In particolare la consiglio a chi, come me, non è abituato a vivere la montagna, se non in sporadiche gite o vacanze. Cognetti offre al lettore di vivere, di scavare la montagna nel profondo, di conoscerla e, chissà, di innamorarsene.

Info utili:

  • Casa editrice: Einaudi
  • Anno di pubblicazione: 2016
  • Pagine: 180
  • Prezzo di copertina: 18,50 €

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