Solo bagaglio a mano – Gabriele Romagnoli

Tempo di lettura: 25 gennaio 2018 – 14 febbraio 2018

Parola chiave dell’esperienza di lettura: Leggerezza. E’ un po’ l’insegnamento che Gabriele Romagnoli vuole dare: apprezzare la leggerezza, sentirsi leggeri e non ingombranti. Questo è ciò che mi ha trasmesso sin dalle prime pagine. Ed è anche ciò che ho cercato di mettere subito in pratica, una volta finito di leggere.

Origine del libro: “Solo bagaglio a mano” mi è stato prestato da una mia cara amica. Eravamo alla conclusione di una lunga chiacchierata circa le nostre insicurezze. Mi disse che un libro le aveva fatto cambiare il modo di vedere le cose. Io risposi che quel libro era nella mia lista dei desideri. Rivedendola, una settimana dopo, si presentò con questo piccolo tesoro.

“Basta che non lo rovini, eh! Per me poi te lo puoi tenere pure un anno!”. Per fortuna ci ho messo molto meno!

“Solo bagaglio a mano” è un piccolo saggio, un pratico scritto autobiografico che vuole racchiudere nelle esperienze e negli aneddoti riportati da Gabriele Romagnoli alcune dritte per il viaggio più importante di tutti: la vita.

Si apre con uno strambo esperimento: un funerale, quello dell’autore, al quale lui stesso assiste, ma non perchè si trovi ormai in una realtà ultraterrena, bensì in quanto ha deciso di partecipare a un rito organizzato da un’apposita organizzazione, la Korea Life Consulting. Questa è il frutto un’idea nata in Corea del Sud per debellare lo scomodo titolo di Paese con il record mondiale di suicidi. Tuttavia, per il giornalista, significa qualcosa di più:

“Sono stato al mio funerale e ho imparato qualcosa sulla vita. Poche cose, ma quando sono tornato al mondo, facendone tesoro, ho campato meglio”.

Insomma, un’autentica rinascita.

Di qui iniziano i consigli: ad ogni capitolo corrisponde una regola del manuale del perfetto viaggiatore.

Partendo dal presupposto che, per viaggiare comodi, bisogna viaggiare leggeri, è bene prediligere il bagaglio a mano. Solo il bagaglio a mano. Infatti, ciò che di quest’opera ha sicuramente lasciato in me il segno più profondo è la differenza fra quantità e qualità.

“Di fronte a una valigia grande si tende a riempirla con quel che ci sta. Nel bagaglio a mano entra quel che si vuole. […] Il bagaglio a mano rivela il superfluo. Se torni e ce l’hai fatta con quel numero di capi, fogge e colori, significa che non hai davvero bisogno di quanto, nel tuo guardaroba, esorbita.”

Niente di più vero, provato sulla mia pelle. Questo autunno andai a trovare una mia amica a Venezia. Sarei dovuta stare da lei appena quattro giorni, ma mi portai dietro un trolley più grande di me. La mia amica mi fece notare subito che mi sarebbe bastato uno zaino come quello che portavo sulle spalle (sì, avevo anche lo zaino!). Vi racconto questo aneddoto per un motivo: partii per quel viaggio, per la prima volta da sola, perché per me sarebbe dovuto essere un punto da cui ricominciare, da cui iniziare a vivere la vita in maniera più leggera, a sorvolare sulle cose, come insegna Calvino. Da quel viaggio nacque questo blog, durante il ritorno in treno. Dopo quel viaggio, decisi che non mi sarei più portata appresso valigie inutili.

Cosa dovremmo quindi mettere nel bagaglio a mano? Romagnoli risponde in negativo, ci dice quello che dobbiamo togliere, a partire dalle certezze, quelle più solide e, quindi, le più pesanti. Ma soprattutto non dobbiamo portarci dietro troppe vite, bensì una sola, la nostra, nella bellezza della sua univocità, libera dai fantasmi del passato e del futuro.

“Nel bagaglio a mano due o più vite non ci stanno, c’è spazio per una soltanto, quella che hai. Trasportare il peso di quelle che non sono state o non saranno non si può, né si dovrebbe. […] Che l’esistenza sia unica non è un limite, ma la sua bellezza. Nel viaggio, eliminare dal bagaglio la vita di scorta è un’operazione necessaria e sacrosanta.”

E proprio perché la vita è unica, non si può appesantirla con ciò che più ci attanaglia, ci trascina giù, ci immobilizza: il senso di colpa. Questo è il secondo aspetto che ha centrato la mia personalità, mettendomi di fronte al mio modo (sbagliato) di affrontare il viaggio dell’esistenza. Quando proviamo un senso di colpa, vuol dire che sentiamo o abbiamo paura di aver fatto qualcosa di male, nella maggior parte dei casi di aver ferito qualcuno. E’ bene cercare di riparare, ma è altrettanto importante superare questo stato, altrimenti finiremo con lo sprecare la nostra vita. Attenzione, quello di Romagnoli non è un monito alla superficialità, bensì all’autenticità. Una vita autentica è tutt’altro che perfetta: sta a noi capire quando è il momento di andare oltre, imparare ad essere versatili, ad adattarci a ogni situazione che ci taglia la strada senza avvisare. E’ fondamentale avere sempre un piano B.

“Nessun fagotto può essere a prova di pieghe o altri danni. E anche questo va sempre tenuto presente: nessuno può proteggere nessuno da tutto e tutti. Il senso di colpa tende a infilarsi nel bagaglio e a renderlo di una pesantezza intollerabile, ma va scaricato o si resta bloccati e non si va più avanti. […] Avere sempre con sé il piano B, conservare un lato flessibile, adattarsi a quel che non si era progettato o realizzato, equivale a sedersi a fianco dell’uscita di emergenza, pronti ad entrare in azione “nel malaugurato caso di ammaraggio o atterraggio di fortuna”, come recitano le hostess.”

Una volta lasciati indietro questi pesi, sarà possibile ammirare e sperimentare la bellezza di disfarsi delle cose, di perdersi. L’autore fa notare come la perdita, nella nostra civiltà, sia sinonimo di trauma. Questo perché l’effetto benefico di scartare l’inutile per valorizzare l’utile è sempre conseguenza di un’esperienza dolorosa che, volenti o nolenti, ci desta dalla nostra vita assopita. Ed è così che un lutto fa comprendere il valore di un abbraccio mancato, la fatica di un trasloco ci fa accumulare roba in scatoloni con la scritta “da buttare”.

“Ma è davvero necessario passare per quell’evento funesto al fine di arrivare a quelle conclusioni? Non bastava chiudere gli occhi e pensare?”

Per molti il vivere cercando l’essenziale di se stessi e delle cose potrebbe corrispondere a un progetto senza ambizione, una vita di stenti e senza soddisfazione. Romagnoli, però, spiega che questo è un pensiero comune perché la maggior parte delle persone si pone e coltiva un’ambizione verticale. Cosa c’è di strano, direte voi. La vita è una salita, è un progredire, arrivare sempre più in alto. Scalare classifiche, graduatorie, file alla posta. E se, invece, esistesse un’ambizione orizzontale? Strano da immaginare, vero? Eppure, sarebbe la soluzione per una vita autentica.

“L’ambizione verticale ha il paraocchi: vede solo avanti, in alto. Personalmente, sono sedotto da un’ambizione opposta, orizzontale. Invece di carriera, esperienza. Invece di riconoscimenti, conoscenza. L’ambizione orizzontale non determina conflitti: nel mondo (a differenza che in un’azienda) c’è posto per tutti.”

Dal punto di vista stilistico, la penna del giornalista è priva di arroganza, semplice, diretta a tutti. Romagnoli non si perde in giri di parole, preferisce raccontare e dimostrare ciò che dice con esperienze personali, un aspetto che ho apprezzato in maniera particolare, perché permette di stabilire una connessione fra lettore ed autore.

“Solo bagaglio a mano” è arrivato nella mia vita al momento giusto. O, forse, è sempre il momento giusto per questo tipo di letture. Ecco perché sento di consigliarlo davvero a tutti: quando c’è da affrontare un viaggio, non si è mai troppo svegli e pratici. La cosa migliore da fare, allora, è decidere di partire con un bagaglio pratico, comodo, leggero, ma che costringe a scegliere. Gabriele Romagnoli ci dà le dritte per farlo. Ma, alla fine, come sempre, tocca a noi togliere dalla valigia i macigni che non ci permettono di salire sull’aereo e prendere il volo.

Info utili:

  • Casa editrice: Feltrinelli
  • Anno di pubblicazione: 2017. Prima edizione 2015.
  • Pagine: 96
  • Prezzo di copertina: 7 €

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