L’amica geniale – Elena Ferrante

Tempo di lettura: 12 Gennaio 2019 – 9 Agosto 2019

Origine del libro: Un giorno la mia cara nonnina aveva una gran voglia di parlare con me dell’ultima fiction che aveva visto sulla Rai, ma la fermai appena in tempo: “Nonna, non dirmi nulla, voglio leggere i libri!”. Una settimana dopo, mi comprò il primo volume della saga de “L’amica geniale”. “Così lo leggi, sai la storia e possiamo parlare!”, mi disse tutta contenta. In poco tempo, mi regalò tutti gli altri volumi. Grazie ancora, nonna.

Parola chiave dell’esperienza di lettura: Entusiasmo smorzato. Ero partita con aspettative altissime, che non sono state del tutto deluse, ma nemmeno rispettate appieno, soprattutto negli ultimi due volumi. Di fatti, mentre “L’amica geniale” e “Storia del nuovo cognome” li ho letteralmente divorati, non posso dire lo stesso per “Storia di chi fugge e di chi resta” e “Storia della bambina perduta”, che ho, invece, trascinato per mesi. Ciò non mi ha, comunque, impedito di apprezzare il lavoro della Ferrante, come leggerete di seguito.

La saga de “L’amica geniale” di Elena Ferrante è una storia dettagliata di un’amicizia fra due bambine, Lenù (Elena) Greco e Lila (Raffaella) Cerullo, iniziata in un rione di Napoli negli anni Cinquanta, fino alla loro vecchiaia. Sin dalle prime pagine, però, si percepisce che questa non è un’amicizia usuale, bensì un rapporto, se non anomalo, del tutto particolare, poiché vissuto con sentimenti tanto profondi quanto contrastanti da entrambe le parti, ma che noi osserviamo solo attraverso gli occhi di Elena, la quale cinquant’anni dopo, mette per iscritto la loro storia, quasi per dispetto o disperazione, dopo aver saputo che Lila ha deciso di sparire nel nulla, senza lasciare traccia.

Lenù e Lila non potrebbero essere più diverse: Elena è bionda e delicata, Lila ha carnagione e occhi scuri. La completa differenza e contrapposizione a livello fisico segnerà tutta l’infanzia, ma, soprattutto, l’adolescenza di Lenù e si riflette, inevitabilmente, su una profonda diversità caratteriale.

Lila è descritta, sin dall’inizio, come una bambina cattiva. E tale cattiveria – più percepita dagli altri che reale – sarà il tratto distintivo del personaggio: Raffaella Cerullo, la figlia dello scarparo, è, allo stesso tempo, temuta e desiderata da tutti. E’ dotata di un’intelligenza strabiliante, di una mente in continuo movimento, spesso cinica, ma anche creativa, eccezionale. E in un rione abitato da persone semplici con giorni, sistemi, regole antiche e difficili da sradicare, l’eccezionalità spaventa e attrae.

La particolare personalità di Lila attira come un magnete Lenù: la nota nelle sue monellerie a scuola, per strada, in cortile, finchè non diventeranno inseparabili affrontando insieme, ad appena sei anni, il padrone del rione, il temutissimo don Achille, accusato di aver rubato le loro bambole, cadute in uno scantinato.

“La volta che Lila ed io decidemmo di salire per le scale buie che portavano, gradino dietro gradino, rampa dietro rampa, fino alla porta dell’appartamento di don Achille, cominciò la nostra amicizia. […] Le mamme stavano preparando la cena, era ora di rientrare, ma noi ci attardavamo sottoponendoci per sfida, senza mai rivolgerci la parola, a prove di coraggio. […] A un certo punto mi lanciò uno sguardo dei suoi, fermo, con gli occhi stretti, e si diresse verso la palazzina dove abitava don Achille. Mi gelai di paura. […] Lei riteneva di fare una cosa giusta e necessaria, io mi ero dimenticata ogni buon ragione e di sicuro ero lì solo perché c’era lei. Salivamo lentamente verso il più grande dei nostri terrori di allora, andavamo a esporci alla paura e a interrogarla. Alla quarta rampa Lila si comportò in modo inatteso. Si fermò ad aspettarmi e quando la raggiunsi mi diede la mano. Questo gesto cambiò tutto tra noi per sempre”.

Questo è ciò che si legge già a pagina 25 del primo volume. Potrei citare altri infiniti passi dei romanzi per descrivere come Elena vive l’amicizia con Lila, ma questo è, a mio parere, il primo e fondamentale. Tutto è cominciato da questa rampa di scale, tutto non ha fatto che svilupparsi e crescere da e su questo momento. E’ da qui che si instaura un meccanismo che caratterizzerà tutta la vita di Elena: ogni suo gesto o pensiero verrà da lei vissuto come una reazione uguale o contraria a Lila, come se quest’ultima incarnasse una forza misteriosa che a volte attira e altre respinge. Elena vive in funzione di Lila, cosciente che, qualsiasi cosa le accadrà nella vita, non potrà mai prescindere da un continuo conflitto interiore fra dipendenza e autoaffermazione.

“Com’è facile raccontare di me senza Lila: il tempo si acquieta e i fatti salienti scivolano lungo il filo degli anni come valigie sul nastro di un aeroporto; li prendi, li metti sulla pagina ed è fatta. […] Sì, è Lila a rendere faticosa la scrittura. La mia vita mi spinge a immaginarmi come sarebbe stata la sua se le fosse toccato ciò che è toccato a me, che uso avrebbe fatto della mia fortuna. E la sua vita si affaccia di continuo nella mia, nelle parole che ho pronunciato, dentro le quali c’è spesso un’eco delle sue, in quel gesto determinato che è riadattamento di un suo gesto, in quel mio di meno che è tale per un suo di più, in quel mio di più che è la forzatura di un suo di meno.”

Personalmente, proprio questo atteggiamento ha suscitato in me un’antipatia verso il suo personaggio, che consciamente, si riduce e, a volte, pare quasi desiderare di essere un mero riflesso dell’altra protagonista. Ma non fraintendetemi: personaggio antipatico non equivale a personaggio scritto male. E in ciò si svela la magia della scrittura della Ferrante, che descrive i suoi personaggi in tutta la loro umanità, senza risparmiare nulla al lettore, il quale non può che ritrovarsi in un flusso dirompente e, allo stesso tempo, lucido di pensieri ed emozioni.

Come anticipato, l’autrice ambienta il romanzo in una Napoli e un’Italia che fanno da nitido e ben descritto sfondo alla storia delle due bambine, crescendo ed evolvendosi con loro. Tuttavia, anche qui vi è una contrapposizione fra Lila e Lenù, proprio nel modo in cui esse vivono il contesto in cui sono calate. Da un lato avremo Lila sempre visceralmente radicata al rione, non metterà mai piede fuori dall’ambiente napoletano, mentre Lenù scapperà il prima possibile. E così, entrambe rifletteranno gli ambienti in cui si saranno rispettivamente rifugiate, nel tentativo di cambiare le cose: Lila in trappola di se stessa, in un rione che pare non cambiare mai, inevitabilmente segnato dagli anni, dalla criminalità e dai progressi tecnologici, che fungono da mero olio per ingranaggi di un meccanismo duraturo e fedele a se stesso; e poi Lenù, la quale fuggirà per divenire donna ed intellettuale sì di mondo, ma mai stabile, in balìa dell’Italia degli anni ’70 e ’80, con l’animo caotico, rivoluzionario, nutrito di astratti ideali inapplicabili alle sue radici.

Elena Ferrante riesce a raccontare una storia umana e, per questo, complessa con una capacità di coinvolgimento del lettore davvero notevole. Nonostante abbia percepito che, negli ultimi due volumi, la trama perdesse un po’ di mordente, dimostrandosi, in alcuni passaggi, prevedibile, non ho mai pensato di abbandonare la lettura della saga. Non mi è stato possibile: Elena Ferrante cattura il lettore con il suo stile lineare, scorrevole, fatto di parole quotidiane, sincere, a volte crude e, quindi, profondamente autentiche.

Per concludere, il giudizio finale e complessivo della saga de “L’amica geniale” è sicuramente positivo, pertanto non posso che consigliarlo a chi abbia voglia di farsi coinvolgere dalla storia di Lila e Lenù, dal rione, dalla Napoli tanto meravigliosa quanto complicata, come solo la natura umana sa essere.

INFO UTILI:

  • Casa editrice: Edizioni e/o
  • Anno di pubblicazione: L’amica geniale 2011; Storia del nuovo cognome 2012; Storia di chi fugge e di chi resta 2013; Storia della bambina perduta 2014
  • Prezzo di copertina: 19,50€ a volume

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